Antonio Rosmini

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Se si vive in una città come Rovereto, che a lui ha dedicato piazze e vie, edifici pubblici e monumenti, è veramente difficile non conoscere, almeno di nome, Antonio Rosmini. Ma, se alcune delle più importanti realtà della nostra città sono legate a questo personaggio, un motivo deve per forza esserci: e infatti è proprio qui, a Rovereto, che Rosmini nacque e trascorse i primi anni di una vita intensa e attiva, anche se spesso ricca di ostacoli.

Il giovane Antonio, nato nel 1797 da una famiglia benestante, ebbe modo di frequentare il liceo che oggi porta il suo nome, ma che al tempo veniva chiamato “Imperial Regio Ginnasio”; completò la sua formazione – fortemente condizionata dall’influenza dello zio Ambrogio, uomo di vasta cultura – sostenendo gli esami finali nel Liceo Imperiale di Trento e laureandosi poi in teologia a Padova. La vita di Rosmini, tuttavia, non fu solo dedizione allo studio, fu anche filosofia, politica, problemi sociali e soprattutto fede: già nel 1821 aveva infatti ricevuto l’ordinazione a sacerdote.

Uomo di cultura e di azione, venne fin da subito a contatto con diverse realtà intellettuali del Nord Italia: a questo proposito si ricorda spesso il forte rapporto d’amicizia nato tra il filosofo – che verso la metà degli anni venti si era stabilito a Milano – e lo scrittore Alessandro Manzoni. Animati da un sentimento di reciproca ammirazione (che rimase vivo in Manzoni anche dopo la morte dell’amico), i due trassero spesso ispirazione l’uno dall’altro, “completandosi” un po’ a vicenda, tanto da rappresentare una delle espressioni più elevate del cattolicesimo liberale risorgimentale. Furono proprio le posizioni politiche di Rosmini, così apertamente filo-italiano, a fargli decidere di lasciare Milano – ancora sotto il dominio asburgico – per il Piemonte: qui, durante un ritiro solitario nei pressi di Domodossola, scrisse le “Costituzioni dell’Istituto della Carità”, la congregazione religiosa che avrebbe poi fondato.

Ma Rosmini non fu solamente un valido rappresentante ed interprete dello spirito del proprio tempo, fu soprattutto un “profeta”, precursore di un nuovo linguaggio della fede. Spesso, proprio per questo, incompreso e perseguitato. E che cosa ha reso tanto famoso il filosofo roveretano? Sicuramente la stesura dell’opera “Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa”, con cui Rosmini rimproverava alcuni aspetti dell’organizzazione del culto e del potere temporale della Chiesa. Era necessario formare un nuovo clero, istruito e sensibile alle novità, riporre fiducia nel ruolo ecclesiale dei laici e favorire una conciliazione tra la libertà della Chiesa e il risorgimento italiano.

Nel cattolicesimo di allora, tuttavia, l’orientamento dominante era ben diverso: le sue posizioni suscitarono sempre più timori e diffidenze, tanto che, nel 1849, la sua opera più importante venne messa all’Indice dei libri proibiti. Rosmini, devoto e fedele all’autorità ecclesiale, non prese mai le distanze dalla Chiesa e dalle sue decisioni. Proseguì nella sua attività intellettuale con impegno e perseveranza fino alla morte, nel 1855, dedicandosi assieme ai suoi confratelli anche ad innumerevoli azioni di carità, in maniera “ingegnosa e ardita”, per portare sollievo a situazioni di povertà e sofferenza. Più di un secolo dopo, quella stessa Chiesa che lo aveva messo al bando si dimostrò finalmente pronta, con il Concilio Vaticano II, ad accettare quanto intuito e argomentato da Rosmini, riconoscendone la grandezza e avviando un processo di beatificazione che ha trovato conclusione il 18 novembre 2007.

“Sebbene uomo del diciannovesimo secolo, Rosmini trascende il proprio tempo e il proprio spazio per divenire testimone universale il cui insegnamento è ancora oggi importante e opportuno” (Giovanni Paolo II).

Andrea Zoller