L’incontro con lo scrittore Gholam Najafi

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Gholam Najafi incontra gli studenti delle classi 2ASC 1BSA 2BSA 3BSA 3ASC 2DSA 3BSC del Liceo Antonio Rosmini, accompagnate dai docenti di lettere Senter, De Luca, Toldo, Filosi e Ciancio.

È venerdì 19 novembre e sta per iniziare l’incontro on-line con Gholam Najafi. Per le misure anti covid, una classe è in presenza, mentre le altre partecipano a distanza dalle loro aule.

Mi collego e attendo di conoscere, attraverso le sue parole, questo giovane scrittore afgano, arrivato nel nostro Paese da migrante.

Inizia a raccontare e capisco subito che la sua sarà una storia speciale. Mi colpiscono la freschezza del narratore, che ha già visto troppi orrori nella sua vita, e il linguaggio semplice, ma potente, che entra nell’anima di chi lo sta ascoltando.

Immediatamente Gholam trascina tutti noi oltre il tempo e lo spazio, nel suo Afghanistan, descrivendo i molteplici aspetti della sua esistenza: la partenza, all’età di dieci anni, dal suo luogo d’origine, in cui faceva il pastore e il contadino; l’epopea di un viaggio attraverso mondi sconosciuti e ignorati fino a quel momento; i luoghi di detenzione dei migranti, rappresentazione dell’inferno sulla terra e della malvagità dell’uomo; l’arrivo a Venezia e la sua vita in Italia.

Spiega agli studenti quanto sia importante il ruolo dell’istruzione. Essere analfabeta, come è capitato a lui, significa vivere isolato, non capire la propria realtà. Così, nel nostro Paese, appena gli viene offerta la possibilità, decide di andare a scuola per imparare ed essere protagonista della sua vita. Ottenuta la licenza media, si iscrive ad un istituto alberghiero e continua gli studi fino ad arrivare all’università Cà Foscari di Venezia dove si laurea.

Durante l’incontro, Gholam Najafi risponde agli studenti che nei giorni precedenti hanno letto alcuni dei suoi libri (Il mio Afghanistan, Il tappeto afghano), si sono scambiati opinioni e hanno annotato delle domande da rivolgergli direttamente.

Dalle sue risposte emergono ricordi, affetti abbandonati, sofferenza, ma anche speranza nel futuro.

Suo padre è morto durante la guerra dei Talebani quando lui era ancora bambino e di sua madre non sa più nulla, non l’ha più vista dall’età di dieci anni.  L’ assenza delle figure più care emerge fortemente nei suoi racconti in cui risaltano anche aspetti particolari. Ad esempio la difficoltà di fornire, al momento dell’arrivo in Italia e più precisamente a Venezia, i propri dati anagrafici. Gholam era privo di documenti e non conosceva il giorno in cui era nato, ma solo l’anno. Gli venne assegnata così una data di nascita con un mese e un giorno scelti in modo del tutto casuale.

Il giovane scrittore racconta, con una semplicità che stride con la tragedia che rappresenta, il viaggio verso la sua ultima destinazione, Venezia: tre giorni aggrappato sotto un camion, al telaio, patendo i morsi della fame e della sete, placata bevendo acqua piovana.

Durante l’incontro si intrecciano anche domande sull’attuale situazione in Afghanistan, dopo il ritorno al potere dei Talebani.

Scopriamo, attraverso le sue parole, che Gholam è tornato alcune volte nel suo Paese, anche poco prima dell’ultimo rivolgimento politico.

Alla fine uno studente chiede perché scrive soprattutto dell’Afghanistan e lui risponde che è capace di raccontare nei suoi libri solo ciò che conosce e che   ha vissuto in prima persona anche se doloroso e lontano.

prof.ssa Orianna Prezzi 

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